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la città del sole

“Apparirà allora che il mondo possiede

da tempo il sogno di una cosa di cui

deve soltanto possedere la coscienza

per possederla realmente”.

Karl Marx

Scintille n. 2

 

Mao Tse-tung

Sulla questione di Stalin

 

Nel centenario della Rivoluzione d’Ottobre, la valorizzazione critica dell’opera di Stalin

da parte di Mao per riprendere un dibattito chiave per il movimento operaio e comunista del XXI secolo

 

ISBN: 978-88-8292-332-7

Pagine: 32 – Prezzo: € 5,00

 

 

Riproporre questo importante testo dei comunisti cinesi guidati da Mao Tse tung sulla questione di Stalin ha lo scopo di riaprire il dibattito a distanza di tanti anni, partendo dai fondamentali di esso, estrapolandolo, come metodo, dal momento storico in cui è stato scritto, e utilizzandolo per concentrare l’attenzione sui nodi di fondo che riguardano quella che è stata la costruzione del socialismo all’epoca di Stalin e come il dopo Stalin, con il clamoroso XX Congresso, abbia di fatto segnato la fine del socialismo in URSS e il lento cammino della restaurazione del capitalismo, delle logiche dell’imperialismo, di una traiettoria che giustamente qualcuno ha definito “dal socialismo alla barbarie”.

Secondo la nostra opinione è proprio questo testo che definisce in forma sintetica, ma assolutamente scientifica e militante, l’effettiva dimensione di Stalin, del suo contributo alla storia del socialismo e dei suoi limiti ed errori come pienamente interni al tortuoso cammino della costruzione di una società nello stesso tempo nuova e di transizione complessa e spesso dolorosa, la cui strada è stata aperta dalla Rivoluzione d’Ottobre.

I comunisti cinesi in questo testo segnalano come le divergenze su Stalin non siano meramente storiche, accademiche o di esame astratto dei fatti, ma come esse abbiano una base di classe “le classi e i partiti politici e le fazioni politiche che rappresentano le diverse classi sociali nutrono opinioni divergenti su tale questione”. È, quindi, solo su questa base è possibile una valutazione di Stalin.

Il testo affronta in termini rovesciati rispetto a quelli dei borghesi il concetto di “culto della personalità” che viene posto alla base della demolizione che Kruschev ne fa nel XX Congresso. E riprende in maniera magistrale Lenin che chiarisce molto bene i rapporti tra capi, partito, classe e masse, che è tutt’altra cosa che rifare la storia alla maniera borghese come “storia di re”.

È chiarissimo nella posizione dei comunisti cinesi il senso di una demolizione di Stalin che è di demolizione di 30 anni di socialismo in URSS e di volontà di cancellare la forma Stato prodotta dalla rivoluzione socialista, che è la dittatura del proletariato.

Gli anni successivi alla polemica dei comunisti cinesi hanno dimostrato inconfutabilmente che di questo si trattava e di come il dopo Stalin non sia stato il regno della democrazia restaurata ma la restaurazione dell’altra forma della dittatura possibile nella società divisa in classi, la dittatura della borghesia, questa sì quanto mai tenebrosa, come il tragitto successivo fino all’odierno Putin sta lì a dimostrare.

Nello scritto i comunisti cinesi non mancano di rilevare come non solo vengano messi in discussione gli anni del socialismo in URSS, ma anche la grande vittoria nella guerra antinazista che è stata il corollario della fase finale della direzione di Stalin del partito comunista, dell’Unione Sovietica. Senza Stalin, il nazismo avrebbe vinto.

Così come viene reso merito a Stalin il suo essere il nemico irriconciliabile dell’imperialismo e di tutta la reazione. È questa, forse, la cosa che più di ogni altra non viene a lui perdonata e che unisce in un filo nero gli apologeti dell’imperialismo e della reazione al variegato mondo della socialdemocrazia, del riformismo, dell’opportunismo e alle sue degradate varianti del troskismo.

Proprio forti di questo giudizio storico inconfutabile, i comunisti cinesi di Mao Tse tung sono in grado di analizzare nel profondo gli errori di Stalin e anche di segnalarli con assoluta esattezza storica “alcuni sono errori di principio, altri furono commessi durante il lavoro pratico. Alcuni avrebbero potuto essere evitati, mentre altri erano difficilmente evitabili, dato che mancava qualsiasi precedente nella dittatura del proletariato al quale si potesse agevolmente riferire”.

È lo smarrimento di questo approccio corretto e scientifico nella valutazione di Stalin che ha confuso le acque, ha contribuito in maniera rilevante alla cancellazione del filo rosso che caratterizza la storia del movimento operaio e del movimento comunista internazionale e che ne costituisce la memoria consolidata da cui ripartire ed avanzare.

 I comunisti cinesi segnalano come il metodo di pensiero di Stalin si allontanò riguardo a certi problemi dal materialismo dialettico per cadere nella metafisica e nel soggettivismo, per questa ragione alcune volte si allontanò dalla realtà e si staccò dalle masse.

È questo un giudizio in una certa misura definitivo sul pensiero di Stalin, colto qui per imparare dagli errori di Stalin, per indicare al movimento comunista la maniera per uscirne e storicamente costruire una fase più matura ed avanzata del pensiero comunista, che non è una generica innovazione rispetto a Stalin ma un ritorno fondamentale all’arma del materialismo storico dialettico.

Nell’analisi critica viene indicato l’effetto finale di un metodo di pensiero erroneo che è quello di allontanarsi dalla realtà, guardare ad una realtà modellata sul pensiero, invece che dinamica ed esterna al pensiero stesso.

Qui è fotografato esattamente l’effetto nel rapporto tra Stato e masse, che è il distacco dalle masse stesse. Questo sì è un esito tragico, perchè in esso è contenuta la separazione tra Stato proletario e masse, tra partito e masse. Problema che permetterà ai nemici di Stalin di realizzare senza la necessaria opposizione delle masse il rovesciamento dello Stato proletario e socialista e il cammino restauratore verso la vecchia società capitalista e imperialista.

Così come è assolutamente corretto quando i comunisti cinesi segnalano come Stalin “confuse in certi periodi e su certi problemi le due categorie di contraddizioni di differente natura: contraddizioni tra il nemico e noi e contraddizioni all’interno del popolo, e di conseguenza confuse anche i metodi per la soluzione di queste due categorie di contraddizioni”.

Rileggere e rianalizzare l’azione dello Stato di dittatura del proletariato sotto la guida di Stalin alla luce di questa conclusione permette di cogliere e di decifrare l’azione generale e di distinguere il giusto dallo sbagliato, non sotto criteri etico-morali, ma sotto le brucianti contraddizioni che la permanenza delle classi sociali nel socialismo comporta, in particolare nella sua prima fase e di prima esperienza storica; sfuggendo alla banalità del male che caratterizza le descrizioni orrorifiche dei nemici giurati della rivoluzione socialista e dello Stato socialista.

La precisione chirurgica della critica dei comunisti cinesi è ciò che permette ad essi autorevolmente di affermare che gli errori di Stalin – che hanno causato danni sia all’Unione sovietica che al movimento comunista internazionale – “occupano solo un posto secondario e che devono essere considerati come una lezione della storia e una messa in guardia affinché i comunisti ovunque agiscano non commettano a loro volta gli stessi errori o ne commettano meno”.

Ma occorre dire che non solo il movimento operaio e comunista non ha saputo conservare gli insegnamenti di Stalin, ma ancor più non ha saputo far tesoro degli insegnamenti della critica dei comunisti cinesi a Stalin che avrebbero rappresentato strategicamente la via d’uscita a sinistra della crisi del socialismo.

Questo vuoto storico è stato riempito dai comunisti cinesi con la generosa sfida della Rivoluzione culturale proletaria, ma alla luce dell’oggi è evidente che il cammino intrapreso è ancora incompleto, ed è per questo che il ritorno ad un testo come questo è tuttora una fonte di riferimento per riprendere i fondamentali, riappropriarli, ridiscuterli e rielaborarli.

Nel fare questo non è mai troppo tardi, diremmo a noi stessi. Soprattutto se si tiene conto di un’altra importante parte del testo, quella in cui i comunisti cinesi rilevano come gli allora dirigenti del PCUS “mentre si applicano con tanto impegno a coprire di insulti la memoria di Stalin, esprimono rispetto e fiducia a Kennedy, Eisenhower, e ai loro accoliti... si insulta Stalin trattandolo da idiota e si elogia la lucidità dei Kennedy e di Eisenhower”. A distanza dagli anni in cui questo testo è stato scritto, si può ben vedere dove questa valutazione ha portato.

Solo per alcuni superficialmente si può legare la fine del socialismo e della contrapposizione tra socialismo e imperialismo alla caduta del muro di Berlino, qui invece viene in maniera forte e chiara individuata l’origine e la genesi di quell’evento, e che è stato proprio l’attacco a Stalin il cuore della capitolazione all’imperialismo dell’URSS e di quella parte del movimento comunista internazionale che ne ha seguito le sorti sul terreno dell’antistalinismo e della revisione del giudizio su Stalin nella costruzione del socialismo in URSS.

Nel nostro paese questa posizione ha un nome e cognome storico in Palmiro Togliatti. Ed è lì la matrice della distruzione del Partito comunista in Italia, della cancellazione della gloriosa memoria storica della classe operaia italiana, che in una agonia, ora accelerata ora lenta, ha riportato la storia della lotta di classe a un punto zero che domanda un rigoroso nuovo inizio.

Il testo torna sui temi che accenniamo e ci riconsegna oggi in termini semplici, ma non semplificati, gli strumenti perché i comunisti di oggi, ma anche i democratici e i progressisti non accecati dalla cappa plumbea del “pensiero unico” su Stalin, possano riprendere il senso della storia; non certo nella limitata volontà di ristabilire una “verità storica” definitiva e finale – sempre i comunisti cinesi scrivono nel ‘63 “è probabile che nel corso di questo secolo non si possa arrivare riguardo a questa questione ad una conclusione definitiva” – ma come arma per ricostruire là dove la borghesia, le classi dominanti hanno cercato di fare tabula rasa.

Ernesto Palatrasio

 

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